Urbanistica e questione sociale

Publichiamo integralmente la lettera che il Prof. Girio Marabini ha indirizzato al Sindaco di Potenza Picena sul tema urbanistica.

 

Gentile Sindaco

Mi permetta, come cittadino ed ex amministratore di questa nostra città di rivolgere a Lei e all’Amministrazione che preside alcune considerazioni dettate dalla passione civica e non certamente da volontà polemiche.

Sembra che l’amministrazione sia intenzionata ad approvare due progetti relativi alla località ”Laghetti” e Torrenuova che porteranno ad un notevole incremento della cubatura edificabile e ad una modifica consistente del paesaggio. A fronte di tali interventi l’Amministrazione otterrebbe la realizzazione di un parco urbano e la costruzione delle nuove scuole elementari, scopi sicuramente nobili ma che, ad avviso del sottoscritto, potrebbero o dovrebbero essere il frutto di un progetto oculato di sviluppo della città piuttosto che il risultato di uno scambio.

Se tale notizia corrispondesse alla verità, desidero esprimere, per quel che vale, tutto il mio disappunto di fronte all’evidenza di un modello di città che, benché stemperato dalla stratificazione storica ancora visibile nel centro storico di Potenza Picena e di Porto Potenza Picena, e nei due centri minori Montecanepino e San Girio, continua, purtroppo, ad essere dettato dalla iniziativa dei privati piuttosto che da una intenzionale programmazione pubblica.

Occorre prendere atto, purtroppo, che ormai diffusamente in Italia, le Amministrazioni comunali non governano più le trasformazioni, avendo legittimato culturalmente la “mercificazione” dello spazio urbano.

Sono però convinto che questa Amministrazione potrà modificare tale tendenza. Non voglio negare le grandi difficoltà in cui le Amministrazioni si sono trovate in questi anni in termini di risorse e strumenti, penso tuttavia che le difficoltà non possono giustificare la rinuncia al ruolo di governo del territorio e richiedono invece uno sforzo, un impegno di rigore e creatività per affermare il valore prioritario della salvaguardia dell’interesse collettivo, che implica giustizia sociale e democrazia reale.

Il modo in cui concretamente vive e si trasforma una città, infatti, ha molto a che fare con la vita quotidiana di chi la abita con le sue difficoltà e le sue speranze. Pertanto l’urbanistica non può essere terra di pochi o per specialisti. È il tema della cosiddetta “urbanistica partecipata” dove si evidenzia con forza la questione etica della responsabilità, che non è solo responsabilità di tipo legale ma è responsabilità in ordine alla capacità di assumere scelte dettate non dalla necessità e dall’emergenza, ma dalla preoccupazione e dalla cura delle conseguenze sull’oggi e sulle generazioni future.

In questi anni la nostra città ha avuto uno sviluppo “a nastro”, una serie interminabile di caseggiati che costeggiano i crinali e le strade e che rischiano di diventare veri e propri quartieri dormitori affatto integrati con la città, nei quali spesso si vive l’esperienza della solitudine. Basta pensare a Porto Potenza e al suo sviluppo in longitudine e a Potenza Picena dove i piani di recupero non sono decollati, la popolazione è stata costretta a trasmigrare nelle strisce di periferia con la conseguente mancata integrazione dei migranti.

Si proseguirà dunque con una ulteriore volumetria? Mi auguro che in tal caso si sia tenuto conto almeno di variabili quali la sostenibilità ambientale e quella economica e sociale.

Il settore delle costruzioni ha avuto in questi anni un aspetto meritorio in termini di lavoro ed occupazione, pur tuttavia è innegabile che nonostante i progressi dal punto di vista ecologico quello sia un settore industriale ad alto impatto ambientale, in riferimento anche all’energia complessiva consumata e  alla produzione di rifiuti.

E allora numerosi sono gli interrogativi che si pongono relativamente ai nuovi insediamenti. Ne cito alcuni… Pensiamo ad esempio alla risorsa acqua. Il nostro acquedotto sarà sufficiente a far fronte agli insediamenti previsti (Torrenuova e laghetti)? Inoltre dove finiranno tutte le acque reflue? La strada statale sarà in grado di sostenere il notevole incremento di traffico, già congestionato d’estate per gli insediamenti presenti?

Essendo insediamenti prettamente turistici si è valutato il problema della erosione della costa? Non vi è forse il rischio di creare una nuova porto Sant’Elpidio (sviluppo in lunghezza) o zona Scossicci (Porto Recanati) (abitazioni solo estive)?

Si è tenuto conto del problema della sicurezza?

Quanto costeranno alla comunità le operazioni previste, in termini di oneri di urbanizzazione e di gestione degli spazi pubblici?

Vi deve pur essere un  limite all’uso del territorio…

A mio avviso, il limite può essere fissato non in una misura tangibile ma in un concetto comunque reale: il ben-essere o il mal-essere di una comunità.

Sono convinto infatti che Il nuovo terreno di impegno della politica sia quello di realizzare la possibilità della comunità di definire i propri bisogni e di i realizzare i propri obiettivi di benessere.

È il tema della qualità della vita.

L’esperienza della cattiva qualità della vita non è solo di oggi, ma certamente è nuovo il grado di coscienza e di sensibilità collettiva che se ne ha. Il deterioramento dei rapporti con la natura (pensiamo alla gestione del territorio , alla regolamentazione delle acque, i notevoli disagi prodotti dalle ultime piogge derivanti dalla scarsa manutenzione dei fossi, il regolamento di polizia rurale mai attuato…) ed il logoramento e scadimento delle relazioni interpersonali e sociali hanno raggiunto livelli allarmanti.

L’aggressione tecnologica alle risorse ambientali, (paradossalmente anche la ricerca di nuove fonti energetiche può essere negativa dal punto di vista ambientale: si pensi alla modifica del paesaggio rurale con i campi fotovoltaici, notevolmente invasivi rispetto all’ambiente rurale …), “la crisi economica, i fenomeni di massificazione sociale e di omologazione culturale prodotti dall’industrializzazione e urbanizzazione selvaggia, il senso di impotenza e di sgomento di fronte ad una storia fatta da altri e al di sopra delle proprie teste hanno ingenerato forte sfiducia e sospetto nei confronti del modello di sviluppo in atto.

Se ne è messa in discussione la logica sottesa ed il quadro dei valori di fondo: una logica caratterizzata dalla dominazione e dall’appropriazione, dalla trasformazione delle risorse naturali e dalla mercificazione del lavoro umano; un quadro di valori che vede il benessere economico sociale, quasi esclusivamente in termini quantitativi di produttività e di consumo, in una visione individualistica ed utilitaristica dell’agire umano. (C. Nanni In “Educazione e Ricerca di senso” LAS-Roma)

L’uomo vale in quanto consuma e non come persona. Si vanno perdendo dunque le qualità umane dell’esistenza.

Per questo, ne sono convinto, è necessario stabilire nell’azione amministrativa la cultura dell’abitare piuttosto che quella del costruire: è necessario puntare alla qualità della vita prima di ogni grande progetto.

Tornare, ad esempio, ad un turismo familiare, fatto di accoglienza nelle famiglie, fatto di strutture essenziali (agriturismo…) ma non invasive, può rispondere alle esigenze di sviluppo del nostro territorio.

C’erano una volta i piani paesistici regionali….

Costruire grandi volumetrie per spazi utilizzati solo d’estate con i gravi problemi di erosione della spiaggia sarebbe uno spreco di risorse naturali, non compensato dai benefici che si suppone di ricavare…

Mi permetta una battuta. Si dice che quella zona (laghetti) sia Porto Potenza Nord, io credo al contrario che, dal punto di vista turistico, sia Porto Recanati sud!

La città non è un insieme di pietra : la città è fatta di persone, è viva ed ha un proprio volto, ha una propria anima e tende al futuro, diceva G. la Pira, è abitazione di uomini e più ancora, per chi crede, misteriosa abitazione di Dio

Rivolgo allora un appello a voi Amministratori, costruite un progetto per la città e per il territorio che sappia valorizzare la persona e i suoi problemi, favorendo la scuola, promuovendo la qualificazione del lavoro, la solidarietà tra le persone, promuovendo la cultura della riconciliazione: raccogliersi intorno alle parole, lavoro, bene, disciplina, dialogo, comunione; capire l’altro, parlare con l’altro riconoscere i grandi diritti fondamentali del vivere insieme non disprezzando la cultura dei sentimenti, come la fedeltà, la lealtà, la cura delle persone anziane, il rispetto dei bambini, le forze e le bellezze della natura (I. Mancini).

Il nostro territorio è stato sempre uno dei tesori di questa città. Conserviamolo e valorizziamolo per quello che é.

Ricordo ancora le battaglie dell’allora capogruppo Manzi e del PCI contro la costruzione dell’acquaparco: un argomento in particolare era portato all’attenzione, salvaguardare la valpotenza e la sua bellezza e lasciare intatto il paesaggio agricolo. Le amministrazioni del tempo seppero ripensare alle proprie intenzioni. Faccia altrettanto questa Amministrazione.

La città dovrebbe prevedere e garantire un posto per tutti, diceva G. La Pira: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa) un posto per pensare(la scuola) un posto per lavorare. È l’invito a pensare, quindi, la città come ad una grande casa per una grande famiglia.  E la salvaguardia del territorio fa parte di un tale tipo di città

Dicevo che la città deve prevedere posti per pensare.

E’ il tema della scuola e del nuovo edificio scolastico per le elementari di Porto Potenza. E’ un tema serio che non può essere considerato in alcun modo merce di scambio. Il rischio è quello di costruire “uno scatolone” alla periferia della città, scarsamente funzionale non solo per l’integrazione della scuola nel tessuto sociale ma anche dal punto di vista della nuova organizzazione metodologica e didattica.

Gli “scatoloni” erano diffusi negli anni ’60/70 periodo di urbanizzazione selvaggia.

In quegli anni E.Salzano affermava “la concreta situazione della città dei nostri giorni dimostra che il prezzo dello sviluppo opulento è pagato, direttamente e quotidianamente, dagli stessi uomini che già vivono nel processo dell’opulenza, ne sono i protagonisti e gli usufruttuari. Essi pagano un simile prezzo in quanto uomini, individualmente e singolarmente, ma lo pagano anche in quanto umanità associata, nei corpi e negli istituti e negli organismi in cui si esprime e si articola la dimensione comunitaria della società” (in “Urbanistica e società opulenta, Laterza Bari, 1969 , pag.187)

Occorre evitare che i giovani paghino quel prezzo allo sviluppo. Per questo è indispensabile ripensare alla funzione che la scuola può svolgere anche dal punto di vista fisico, come presenza nel territorio

Occorre cioé  ripensare la scuola come spazio educativo, perfettamente integrato nella città.

Scriveva il pedagogista N.Filograsso “Urbanisticamente la scuola è nella stragrande maggioranza dei casi una realtà anonima, la qual cosa è sufficiente a farci rilevare come in pratica le si neghi il diritto che in teoria almeno le si riconosce, di avere una dislocazione funzionale nel tessuto urbanistico della città ed una struttura architettonica corrispondente alle sue prerogative. Da questo punto di vista la scuola attraversa una crisi che potremmo definire spaziale, e le proporzioni di questa crisi tendono ad aumentare nella misura in cui cresce la popolazione scolastica e si moltiplicano le esigenze del progresso scientifico e tecnologico. L’insufficienza di aule, ammesso per mera ipotesi che il problema possa essere configurato in termini quantitativi, è indirettamente aggravata dalla mancanza di una programmazione urbanistica umanamente accettabile” (in “Apprendimento, natura e società” , Armando editore)

La situazione oggi non è granché cambiata. Gli edifici scolastici appaiono inadeguati rispetto alle esigenze delle modificazioni sociali e rispetto alle riforme che si sono succedute in questi ultimi 15 anni.

Non è solo un problema quantitativo ma è soprattutto problema della qualità degli spazi educativi, che devono saper corrispondere alle necessità di un insegnamento volto ad affrontare la problematicità dell’esperienza e la problematicità della situazione del territorio e della società in cui opera.

G.De Carlo, nel saggio pubblicato nel 1969 nella “Havard Educational Review” Perché come costruire Edifici scolastici” si chiedeva se fosse ancora opportuno per la società contemporanea teorizzare un’attività educativa organizzata in una istituzione stabile e codificata e se l’attività educativa debba ancora svolgersi in edifici costruiti apposta per accoglierla. Paradossalmente l’autore proponeva di “disintegrare” l’attuale organizzazione scolastica, perché “la società e il territorio, in attesa che la società cambi, sono l’immensa scuola di cui disponiamo”.

La disintegrazione di cui parlava il De Carlo, è oggi, più vicina al concetto di una modificazione di funzioni, di ruoli, piuttosto che la cancellazione “fisica” di luoghi educativi. La polifunzionalità degli edifici scolastici è un aspetto qualificante del rapporto scuola/città, fattore che crea interrelazioni urbane ed umane, ma va gestito in modo sapiente e nel rispetto dell’architettura.

L’importante, per dirla con Filograsso “è che si tenga d’occhio quello che di vitale una scuola deve poter rappresentare ed essere: uno spazio educativo dove le limitazioni architettoniche non significhino altrettanti impedimenti all’iniziativa personale, al lavoro di gruppo, alla ricerca organizzata, alla creatività del fanciullo, nonché a quella stessa dell’insegnante” e, aggiungo, alle esigenze della cosiddetta “educazione per tutta la vita”, cioè riferita ai giovani e agli adulti.

È indispensabile dunque che l’ Amministrazione locale, a cui la legge delega i compiti in materia di edilizia scolastica, adotti una programmazione qualitativa delle strutture scolastiche esistenti. Costruire un nuovo edificio può essere una soluzione radicale ma potrebbe essere sufficiente una riqualificazione e una ricomposizione degli “Spazi educativi” esistenti, che tenga conto anche dei problemi legati alla sicurezza.

Occorre infatti fare delle scuole “presenze significative” all’interno del tessuto urbano e sociale. La scuola deve aprirsi all’esperienza della vita sociale, è un ritornello martellante della pubblicistica attorno all’idea stessa di autonomia.

Questa apertura tuttavia, si badi bene, non può identificarsi con modelli per molti aspetti inaccettabili della società a-centrica attuale , consumismo, globalizzazione, ecc… La scuola va organizzata come spazio societario riservato all’educazione attraverso processi di ricerca, di comprensione e di analisi critica.

Per questo ritengo indispensabile proporre all’Amministrazione, nel momento in cui procederà alla costruzione di un nuovo edificio o alla ristrutturazione e riqualificazione degli Edifici scolastici esistenti di far incontrare il pedagogista e l’architetto. L’intesa fra questi due soggetti è essenziale per una pedagogia concreta, che sappia abbandonare il punto di vista quantitativo a favore della qualità degli spazi educativi.

Da qui l’esigenza che il progetto per una scuola di qualità non sia il frutto di un compromesso ma sia portato di una operazione culturale, illuminata dai valori di una urbanistica partecipata, così come dicevo all’inizio. La ricerca della qualità della vita passa anche attraverso la qualità dell’educazione.

Faccio appello, dunque, per un ripensamento complessivo degli spazi educativi presenti nel nostro territorio. È un appello alla capacità di innovazione e di strategie, non fini a sé stesse, ma volte alle esigenze dei giovani e dell’ambiente educativo. È un appello alla volontà pedagogica e all’ impegno politico per superare la rigidità delle strutture e la pesantezza burocratica delle istituzioni educative.

Propongo infine di verificare la possibilità, di riportare la Scuola Media al centro storico di Potenza Picena ristruttrando e riqualificando il palazzo dell’ex scuola elementare e dell’ex avviamento. Ciò varrebbe a dare una sede dignitosa allo studio e nel contempo a favorire la ripresa del Centro storico con il rilancio anche della micro-economia.

Cordiali saluti

Un cittadino per la propria città
Girio MARABINI

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